Quel 4-3 alla Germania che cambiò la nostra storia

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Quel 4-3 alla Germania che cambiò la nostra storia

Messaggio  Admin il Mer Giu 02, 2010 9:30 am

... da Repubblica.it
Quel 4-3 alla Germania che cambiò la nostra storia
L'hanno definita "la gara del secolo". E 40 anni dopo la semifinale dei mondiali 1970 non ha perso il suo fascino: è il simbolo di un'epoca e di un'epica del Paese. Che comincia coi Beatles e finisce con Albertosidi FRANCESCO MERLO

LA VERA storia è che l'Italia batté l'Italia e fece il suo vero ingresso in quella Europa che per noi era ancora un'altra galassia. Certo, Boninsegna non sapeva di essere l'angelo della storia quando, all'ottavo del primo tempo, con una fucilata di sinistro scaraventò in rete insieme alla palla dell'1-0 anche l'Italia dei poveri ma belli. E Albertosi, scattando di reni oltre la traversa non sapeva di respingere con la potenza di Muller anche l'autoironia compiaciuta del Rascel di "mamma ti ricordi quando ero piccoletto...". La vera storia è che, spezzando le reni ai crucchi, l'Italia si liberò dell'Italia quella notte di quarant'anni fa, quando finimmo tutti per strada, anche i solitari che, come me, hanno sempre odiato la folla.

Tutti a gridare dentro le Cinquecento come deficienti, come se davvero affidassimo il nostro destino al vento astrofisico della bandiera tricolore. E tuttavia solo nei tempi supplementari l'Italia si liberò del suo veleno spirituale e della sua antichità biologica assunta come vizio. I novanta minuti regolamentari visti oggi sono ancora più noiosi di allora. La solita Italia del "primo non prenderle" si accartoccia in difesa, il gioco è lento, c'è Facchetti secco e longilineo come un asparago, ci sono le fughe di Domenghini con la maglietta a sbrendolo, ci sono i baffetti da gatto di Mazzola e c'è Rivera con le sue gambette di pollo lesso...

Davanti alla tv gli italiani si erano già concessi gli spaghetti e attendevano il fischio finale, con la voluttà di autoproclamarsi figli di puttana e di vincere con quel gran gol Boninsegna che un catenaccio di ottanta minuti aveva però trasfigurato in un golletto di rapina. Ma ecco che invece, con il tempo scaduto, arriva quel goffo difensore del Milan, il biondo Schnellinger, il solo incustodito e dimenticato dai cerberi italiani, e segna, il traditore: 1-1. Oggi gli avrebbero mollato almeno una testata, uno sputo o un bel calcione. Allora si limitarono agli insulti perché avrebbero voluto che simpatizzasse con i compagni di scuderia piuttosto che con quelli della Nazionale, che stesse con lo stipendio piuttosto che con la patria e la bandiera. Ecco: deve essere stato a questo punto che in cielo si è sentito il clic che ha rimescolato il mondo, in quel paradosso dell'italiano che dà del traditore al tedesco che non ha mai tradito. La partita divenne "del secolo" perché capovolse il secolo affidando ai tedeschi la parte degli agili e fragili perdenti e a noi quella dei vittoriosi panzer dal vigoroso carattere.

Ma nessuno capì cosa si celebrava nella notte del 17 giugno 1970 quando ci ritrovammo a sventolare quei drappi che riempiono i vuoti e surrogano la vita. Nel suo bel libro La partita del secolo Nando Dalla Chiesa sostiene appassionatamente che fu la vittoria della generazione del 68. Ma la verità è che ciascuno sventola una sua vittoria personale e la minoranza politico-ideologica del '68 non disprezzava solo il tricolore ma anche il calcio e non solo perché Mao non giocava e Togliatti, che era stato juventino, "era solo un revisionista". Gli intellettuali italiani, tutti testa, testi e testosterone, tutti panza e cervello, tradizionalmente odiavano lo sport e lo maltrattavano come "instupidimento delle famiglie", "sedimento dell'odio universale", "caserma dello spirito", esibendo a destra da Croce a Longanesi e Maccari, e a sinistra da Marx ad Adorno, a Musil, e su tutti il solito Karl Kraus, il Beckenbauer dell'aforisma.

E poi sul ponte del 1970 non sventolava il tricolore, ma la minigonna. E veneravamo ben altri feticci, noi italiani, di sinistra e di destra e di niente: il cappello dei Beatles per esempio, o le canzoni di Lucio Battisti o, per i matusa più reazionari, c'era Celentano che aveva vinto a Sanremo con una litania contro gli scioperi, "chi non lavora, non fa l'amore", come se le donne non scioperassero anche loro. Tra i feticci c'erano i porno fumetti di Isabella e le foto dei militanti italiani accanto a Mao...

Forse solo l'esile ma intelligente Rivera capì al 6' del secondo tempo supplementare che era per noi che girava la storia, che potevamo mostrare al mondo di non essere più i micragnosi e denutriti che solo in contropiede avevano preso Porta Pia, gli individualisti esalatati con l'aviere Baracca a centrocampo, e la stampella di Enrico Toti per centravanti. Dunque l'abatino, che sulla linea della porta si era fatto passare tra il palo e le gambette il gol del pareggio tedesco (3-3) ed era stato coperto di insulti da Albertosi, trovò la forza pesante del selvaggio e l'intelligenza veloce del siluro beffando il portiere con una finta di corpo e una pedata di piatto: 4-3 perché non è vero che l'Italia sarà sempre fatta di abatini allenati dal Badoglio di turno! E mentre calciava la palla in basso, Rivera lanciava in alto quelle sue pupille accese, che oggi sono circondate da una bella foresta di rughe, ma quella notte misurarono la profondità di una nuova speranza italiana, di un'idea di vittoria non più affidata allo stellone, alla classifiche degli altri e alle corna dell'arbitro. Italia-Germania 4-3 perché non è vero che sappiamo solo scappare e vendere agli americani la Fontana di Trevi!

A riguardare le immagini di quella notte sembra quasi che ci sia l'impronta divertita di Claude Lévi-Strauss già nella foggia dei "calzoncini" che erano molto più corti e diciamo così più "insolenti" dei "calzoncioni" molli di oggi. E quando suonarono gli inni, che anche i giocatori avevano ritrosia a cantare, nello stadio Azteca di Città del Messico sotto un cielo fresco di temporale, i primi piani di Beckenbauer, elegante come un italiano scuro di capelli, e di Gigi Riva, potente nel fisico come un ostrogoto di Varese, segnalavano al mondo la fine delle razze e, nel bianco e nero della tv, il rimescolamento di antropologia, etica ed estetica nell'Occidente.

Di sicuro è nei tempi supplementari che Boninsegna e Burgnich e Riva e tutti gli altri che sono finiti nella canzone di Mina ("Ossessione 70") presero il passo di carica della Wehrmacht e l'intrepidezza dei marinai inglesi, e dinanzi al particolare che si ricongiungeva con l'universale sembrava che persino l'erba del campo ridesse ogni volta che i nostri calciatori la calpestavano, così per manifestare la gioia per quel gioco di piedi.

E invece furono i tedeschi al sesto minuto del primo tempo supplementare a passare in vantaggio (2-1) perché Müller, furbo e maligno come un italiano, intrufolò la punta del piede tra Albertosi e Poletti, per l'occasione imbranato e macchinoso come un tedesco. "Tutto facile per la Germania adesso" commentò Nando Martellini. Ma all'ottavo del primo tempo supplementare Burgnich, inaspettato difensore, arrivò puntuale all'appuntamento con il pallonetto di Rivera: 2-2. Ecco: gol, perché non è vero che siamo i geni della truffa! Ma niente gesti plateali, niente corse con il dito in bocca o mostrando il sedere: Burgnich, "la roccia" italiana, era fatto così, come un tedesco appunto. Poi alla fine del primo tempo supplementare fu Gigi Riva ad arrivare sul cross di Domenghini e fu una delle pedate più eleganti e potenti della storia del calcio, di collo sinistro, precisa, angolatissima: gol perché non è vero che vinciamo solo quando tradiamo!

Senza che nessuno allora se ne rendesse conto, quei quattro gol segnarono da un lato il definitivo ingresso dell'Italia in Europa, dove i tedeschi erano la locomotiva alla quale eravamo attaccati ma con la quale avevamo dei conti da regolare. Dall'altro lato la partita consegnò almeno per una notte la Germania all'aristocrazia dei simpatici perdenti, che era invece il nostro territorio incantato, il nostro stemma nobiliare.

Diciamo la verità: sino alla fine degli anni Sessanta l'Europa per noi era un mondo di sogno, andarci in aereo era ancora un privilegio, vi avevamo esportato contadini immusoniti dalla batosta della riforma agraria e nonostante la crescita vertiginosa del prodotto interno lordo, non riuscivamo a liberarci dal ruolo di "straccioni geniali". Insomma per sentirsi uguale e occidentale, l'Italia aveva bisogno di una grande affermazione e la ebbe con il calcio, battendo lo squadrone dei panzer del football, della solidità di Borsa e banche, della disciplina e della rinascita vera. Un'impresa storica dunque e non solo un raro evento gioioso nel Paese che meno di sei mesi prima, con la bomba di Piazza Fontana, era precipitato nella violenza e nella paura. Ma quella notte no, forse perché allora il calcio era un valore positivo e popolare, come solo Pasolini aveva capito; gli stadi non erano ancora i luoghi dell'impunità, lo sport non era in mano alla finanza vaporosa e alla politica truffaldina. Ecco perché oggi, anche quando vinciamo bene e forte, sappiamo che mai più la nostra gioia sarà la stessa di allora. (02 giugno 2010)

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